Credo che il nome Taiji sia stato pensato con attenzione prima di essere adottato ufficialmente, tanto da convincermi che il suo ideatore fosse, non solo un dotto, ma anche un ferrato praticante.


Il Taiji (o Tai JI) non è una strada facile eppure la via è semplice, è una ginnastica dolce eppure è un faticoso Gong Fu (KungFu), può essere praticato da tutti ma pochi assaporano la sua essenza.

L’aggettivo che più si addice al Taiji è “raffinato”, che, purtroppo, viene confuso sovente con “superfluo ed inefficace”, ma nessuno che abbia conosciuto il Maestro Hua potrà mai fare questa confusione.
Nel suo ultimo stage ha avuto premura di ricordare tutto ciò che è alla base di ogni arte marziale:
radicamento, calma (rilassamento – Song), equilibrio, agilità, struttura (Shēn Fâ), pienezza (Bīng Jìn – Peng Jìn).

E ha dimostrato come questi termini non siano parole enunciate con leggerezza.

Facendo un riepilogo del ritiro di formazione appena trascorso, direi che il Maestro ha ripreso questi argomenti dedicando intere giornate a ognuno di essi.
Lo studio con il Maestro è sempre un’occasione unica; in un seminario così strutturato riesce a trasportare tutti a un livello superiore.

Credo che la sua volontà sia stata quella di far sperimentare al gruppo qualcosa di “sottile” descritto nei miti del Taiji come “la seta che cela l’acciaio” e al contempo “…. tanto sensibile da non far spiccare il volo ad un passero” ed, in ultimo, il più frainteso tra i dogmi “non attaccare mai per primo, ma quando il tuo avversario inizia devi averlo già vinto“.

A quest’ultimo leggendario motto presto dedicherò un po’ di inchiostro perché credo sia necessario, in questa sede mi limiterò a dire che certo non si allude – neppur lontanamente – alla fretta.

Antonio Vittori

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