Arte del Tai Chi Quan Scuola di Tai Chi Bologna

“Il Tai Chi Chuan (太极拳) è prima di tutto rotondo come rotonda è la terra. Aprire e chiudere, kāi (开) e hé (合) sono alla base di ogni movimento. Rilassare è il modo per coltivare la forza. Il Tai Chi Chuan è Nèijiā (內家) Arte marziale interna.”

La sottile linea tra…

Graziano Napoli | Notizie e eventi

Pubblicato il: 11 Aprile 2026

…”Troppo” e “Troppo poco”

Ricercare il movimento specifico del Tài Jí Quán è come ricercare la sottile linea tra “Troppo” e “Troppo poco”. Nella ricerca ci spostiamo da una parte all’altra della linea, sempre a confrontarci col “Troppo” o il “Troppo poco”. Il Maestro ci mette nella ricerca del rilassato, del muoversi senza sforzo; ma ecco che la “sbaglio” e finisco nel “troppo” rilassato o il “troppo poco” espanso/pieno. Ed il mio rilassamento non è più rilassamento ma diventa “vuoto”/moscio. Ed allora bisogna riempire, allora cerco di mettere il corpo più “gonfio”, espanso, che si vuole unire e connettere, che va in fuori. Ma ecco che l’espansione diventa troppa ed il corpo si stira, si tende eccessivamente in fuori e si mette in tensione. Troppo di espansione e troppo poco di rilascio muscolare. Il Maestro deve riprendermi e dirmi che non è il corpo che si tira troppo, ma è l’intenzione che lo riempie.

Ed ecco che mi metto in una “nuova” ricerca (nuova che è sempre la stessa). Cerco di “svuotare” e lasciar andare il corpo, di pensare come se la mia mente (intenzione) fosse una “scossa/un fulmine”, come dell’elettricità che scende dal cervello e passa dentro al corpo, seguendo nel suo naturale percorso, per arrivare alle estremità (mani e piedi) e da lì uscirne. Come se il mio cervello, le mie connessioni neurali, continuassero e fossero presenti nel resto del corpo. Come estremamente leggero (fisicamente) ma estremamente attivo (mentalmente); corpo Yīn e mente Yáng. Perché è quella cosa lì, strana e difficile da fare, dove è la mente che fa e non il corpo: 用意不用力 Yòng Yì Bù Yòng Lì, usare l’intenzione non la forza muscolare. Il corpo deve restare rilassato, essere fluido e lasciato andare, senza eccessivi sforzi e/o contrazioni non utili/funzionali al movimento. Dev’essere come un “corpo dormiente” che viene mosso “dall’impulso” mentale che fa e lo porta. Come se il corpo nel suo lasciarsi, fosse completamente soggiogato alla mente che pensa “lì” e va “lì”, pensa “questo” e fa “questo”. Ma non è così facile. Finché il corpo ha i suoi vari blocchi in giro che ti distraggono dal rilascio muscolare e dal pensare il tuo pensiero, esso non vuole “ubbidire” alla mente…

E dunque sono lì con l’intenzione che vuole “imporre” al corpo il movimento. Ma imporre qualcosa a qualcuno che non è disposto e/o pronto, finisce nella coercizione… Una coercizione che crea ulteriore rigidità (opposizione come quando l’altro ti spinge nel Tuī Shǒu e tu non vuoi cedere: la mente ti “spinge” il corpo in una direzione, ma lui non “vuole”, o non può, cedere ad essa). L’uso dell’intenzione diventa rigido anch’esso e la mente si irrigidisce perché mente e corpo ancora non sono fluidi insieme come fiumi che si mescolano nel mare, ma sono ancora come due fiumi separati che stanno ancora scendendo dalla montagna; e la mente è come se cercasse di scavare e forzare il terreno per andare a prendere il fiume del corpo. Dunque la mente inizia a fare troppo ed il Maestro, con il giusto occhio sa notare le cose, riporta all’attenzione e dice che anche troppa intenzione irrigidisce. Che in questi casi serve seguire gli altri, così da distrarsi un po’ e lasciare la mente più leggera. Ecco così a ricercare un altro punto, in un altro luogo attorno a questa “linea” di unione tra “Troppo” e “Troppo poco”. Mi muovo nel ricercare una cosa, una cosa che non è quello che voglio, ma è quello che posso fare adesso. E dopo un po’, devo lasciarla andare perché è diventata troppo… Allontanandomi troppo dall’equilibrio tra i due, il Maestro deve riportarmi nella direzione opposta, così da riavvicinarmi… Ma la pratica è più difficile di quel che si pensi (o almeno per me) ed addentrandomi in quest’altra direzione, ecco che anch’essa diventa troppo, supero il punto d’equilibrio e piano piano mi ci allontano sempre di più. Al Maestro tocca risettarmi la direzione e lasciarla percorrere, quel po’ giusto e necessario a me per fare esperienza della nuova cosa ma che non diventi troppa. Anche il Maestro, nell’insegnare, deve muoversi tra i due estremi tra “Troppo” e “Troppo poco”. Sa che l’obiettivo è quel punto d’equilibrio che lui ha, ma sa anche che non è così facile e diretto da avere perché dobbiamo scoprirlo, dobbiamo viverlo e dobbiamo farlo attraverso l’esperienza dei due estremi. Un’esperienza che parte sempre più grande, ma deve diventare sempre più piccola (sempre più vicina all’equilibrio). Ed il Maestro deve stare lì a correggermi non troppo presto perché devo fare sufficientemente esperienza della cosa per capirla, portarmela dietro, confrontarla e mescolarla con quella dopo; e non troppo tardi perché poi mi si “consolida” troppo interiormente e mi ci attacco come se fosse la cosa giusta da fare (da adesso fino a… A per sempre?!…). E così via, lo studio è come un “tira e molla” da una parte all’altra. Ogni volta andava bene, ma ogni volta non era giusto. Perché ogni volta era quello che era, in quella volta, in quel momento. Quello di cui avevo bisogno, o quello che volevo, o quello che potevo. La pratica come se fosse una continua contraddizione tra le cose che facevo perché erano troppo. E più si è avanzati, più si va avanti, più è fine la “contraddizione” tra i due aspetti (di ogni cosa); più sono fini i cambiamenti tra “Troppo” e “Troppo poco”.

Graziano

Arte del Tai Chi Quan stile Chen

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