Arte del Tai Chi Quan Scuola di Tai Chi Bologna

“Il Tai Chi Chuan (太极拳) è prima di tutto rotondo come rotonda è la terra. Aprire e chiudere, kāi (开) e hé (合) sono alla base di ogni movimento. Rilassare è il modo per coltivare la forza. Il Tai Chi Chuan è Nèijiā (內家) Arte marziale interna.”

Per la giusta forza…

Graziano Napoli | Notizie e eventi

Pubblicato il: 18 Aprile 2026

…serve cambiare la mente

Il tipo di forza che applichiamo sull’altra persona e come la applichiamo sono il riflesso del nostro pensiero.

La forza (勁 Jìn) del Tài Jí Quán è una forza dolce, continua, equilibrata, che cerca di non farsi sentire ma che c’è ed è pesante e profonda. È una forza che se “descritta” si finisce per parlarne per contraddizioni:
Il corpo si apre, si distende ed affonda; come se si lasciasse andare e “cadesse” in fuori perché perde ogni tensione e contrazione che lo “contiene in sé”.
Il corpo diventa fluido e denso, come se il suo interno diventasse un mare che lo riempe e “gonfia”.
Questa “pienezza” è come se il corpo “cadesse fuori da sé” ma nel contempo si mantenesse dentro il corpo.
La forza del Tài Jí Quán è ovunque, ma non è da nessuna parte. È dentro al corpo che lo “riempe” ma “non ne esce”, perché se ne uscisse allora si applicherebbe sull’altra persona e lei potrebbe sentirla e neutralizzarla.
Per fare questa sensazione di pienezza penso di espandermi senza voler uscire, di “cadere verso fuori” dove questo “fuori” è dentro al corpo.
Nel mentre che ho questa intenzione di rilascio e pienezza dentro di me, ho un’intenzione fuori di me: nel punto in cui si agisce. Cioè l’altro che è davanti a me dove vado a “prenderlo” e lì c’è l’intenzione di sradicarlo, di assorbirlo, di agire su di lui. Cosi c’è una sorta di equilibrio tra pienezza ed unione di sé, del proprio corpo, dentro di sé, che non è né troppo eccessiva da uscire, né troppo vuota da non crearsi; e intenzione/proiezione di forza fuori di noi che è sull’altro e agisce fuori da noi.
Ma l’applicazione e la riuscita è molto difficile:

Nel tentativo di applicare la giusta forza mi ritrovo a muovermi tra i due estremi o “errori”: “丢 Diū” e “顶 Dǐng”. Diū è andarsene via, cedere, svuotarsi, perdere la forza, staccarsi; il Maestro lo traduce efficacemente con «troppo poco». Dǐng è andare contro, opporsi, schiacciare; il Maestro lo traduce efficacemente con «troppo».

Volendo non “schiacciare” l’altro con la forza, cerco di non metterne troppa e di rilassare. Ma il mio “rilassamento” finisce in un svuotarsi, dove la mia forza se ne va.
Anche se le mie mani rimangono appoggiate sull’altra persona, “dentro” è come se mi allontanassi da lei, perdendola, non sentendo la possibilità di agire su di lei: la mia forza se n’è andata via e dunque non c’è niente che possa agire su di lei.
Devo riuscire ad avere della forza che possa agire su di lei. Tento di riempirmi di più, espandermi e di “prenderla” (controllare il suo centro).
Nel tentativo di “raggiungerla”, ecco che la mia espansione diventa troppa ed inizia a “schiacciarla”.
La mia forza esce, si applica su di lei e si fa sentire.
Posso metterla in difficoltà, ma mi espongo e lei può usarla.
Nel primo caso, la sensazione è proprio di “svuotarsi”, come se la mia “pienezza” se ne andasse via, il mio “corpo come acqua” diventasse vuoto perché da qualche parte si è aperta la diga che teneva la mia pienezza e l’ha fatta tutta sparire. Cado dentro di me e sotto di me.
È la stessa sensazione di quando si prova un’estrema tristezza in cui non si vuole e non si riesce a fare niente, in cui si vorrebbe solamente rimanere fermi e lasciare passare tutto. Quando perdi “forze” ed “energie” e “cadi” nell’immobilità/impossibilità.
L’altra persona non la senti più, la “perdi di vista”, diventa lontana come un “oggetto irraggiungibile” che è lì, ma non puoi raggiungerlo. Come se volessi prendere un bicchiere sul tavolo, ma mentre che allunghi molto lentamente il braccio verso di esso, cammini all’indietro.
È come se il tuo corpo fosse lì, ma la tua forza o pienezza, fosse caduta da un burrone e non potesse risalire e riempirti.
Le idee di rilassamento e di non opposizione della forza vengono interpretate male, non come un “lasciar andare” e “lasciar passare”, come se lo “smollare” il corpo fosse in dentro e non in fuori. Portando a passività nella propria azione ed a subire troppo dall’altro. Come se si “scappasse”, non solo dall’altro, ma anche dalla forza e dal suo tentativo di applicarla.
Nel secondo caso, la sensazione è come se una qualche parte del corpo, di solito gli arti superiori, si “compattassero” per generare forza. Questo è irrigidire, contrarre e difatti quando applico la forza così sull’altro finisco per schiacciarlo e sentire che vado contro la sua forza, e che alcune parti del corpo si contraggono per esercitare forza.
È come se avessi la “decisione” di voler spostare l’altra persona, di voler prevalere, perché nell’applicazione delle forze del Tài Jí Quán, quando le si usano, si sposta l’altra nelle direzioni e metodologie specifiche dell’Arte.
Ma è come volerle imporre la propria spinta, la propria forza, per costringerla ad andarsene via, a soccombere alla mia forza, alla mia imposizione.
Quando applico la forza in maniera Dǐng, la forza è più come se fosse parziale: generata da poche parti del mio corpo e viene anche applicata solo su alcune parti del corpo dell’altra persona. Manca la sensazione di unione con l’altra persona e di seguirla nella sua direzione di forza. C’è separazione: ci sono io che cerco di impormi sull’altra persona e di solito non sento l’altra, non sento il suo centro, senso solo una parte del suo corpo, spesso quella su cui agisco.
In questo tentativo di impormi sull’altra persona possono accadere varie cose in base alla persona con cui lavoro ed all’esercizio eseguito:

Nella leva articolare dove le piego il polso e poi braccio; se l’altra persona è più piccola e/o debole di me o sta molto ferma e tranquilla perché stiamo facendo studio e si lascia fare, le dó fastidio lì nel punto di applicazione della forza, ma non sento il controllo del suo corpo, non sento che ho preso il suo centro e mi sono unito a lei. Lei semplicemente si sposta perché la leva ha un po’ effetto, ma non “buono”. Continuando la leva, attraverso il fastidio che le genero nel braccio, la costringo ad andare via e la sposto.
Se l’altra persona è più o meno forte come me o comunque ha una buona “pienezza”, ma sta facendo studio e rimane tranquilla a lasciarsi fare la leva articolare; sento che le agisco sul polso, ma dalla parte dal suo gomito in su, niente della mia forza entra in lei, è come se iniziassi a scontrarmi contro un “muro” o qualcosa di forte che mi può tenere e mandare via.
Entrambi i casi mostrano un’applicazione della forza Dǐng, che “schiaccia” l’altra e che se riesce ad agire sull’altra, lo fa solamente parzialmente sul punto in cui agisco la leva articolare.
Facendo con la persona più piccola e facile da spostare, se non si ha la giusta attenzione al movimento e sensibilità tattile nel sentire come si sta agendo su di essa, si può rischiare di pensare che sia “giusto” il movimento e che lo si sappia fare. Lavorare con altre persone può essere utile per comprendere se e quanto si è realmente capaci.
Perché poi quando vado con qualcuno più grande e forte non solo di lei, ma anche di me, ecco che la mia forza si scontra con la sua e la mia è inferiore, di conseguenza non può funzionare. Nel voler funzionare completamente con la leva, tento di volerla fare di più, di continuarla ulteriormente ed entro nello “sforzo” del movimento. Sento che i miei muscoli, principalmente degli arti superiori, si contraggono ed iniziano ad “impegnarsi” più del dovuto per essere efficace sull’altro, ma non lo sono perché entrando nella sfida di “forza contro forza” l’altro, che è più forte di me, vince.
Qui mi accorgo che quello che ho fatto prima con l’altra persona era ancora troppo con forza a schiacciarla e comprimerla, solo che lei, nello restare ferma e farsi fare la leva, ha meno forza e “tenuta” contro di me e quindi nell’opposizione della mia forza contro la sua, prevale la mia e funziono.

Voglio vincere, ma voglio vincere bene, con Jìn, non con sforzo, opposizione ed imposizione.
Serve che la mia mente guidi il movimento con dolcezza e decisione, con rilassamento ed accoglienza della forza altrui. La mente dev’essere gentile, piantata e profonda; come dice il Maestro quando si fa a coppie: «come amici che accompagni altro».
Una forza in cui non c’è separazione tra me e l’altro, dove si finisce per essere uno dei due Dǐng e l’altro Diū, dove uno dei due impone la sua forza e l’altro subisce. Ma dove non c’è separazione tra me e l’altro, in cui non sono né Diū né Dǐng (不丢不顶 Bù Diū Bù Dǐng), in cui l’altro non è separato da me ed io da lui, ma che entrambi diventiamo una cosa sola perché aderisco 沾 Zhān a lui e seguo 随 Suí la sua forza. In cui l’altro non si “accorge” di me, ma finisce guidato da me.
Nella pratica devo seguire l’ammonimento del Maestro: «Si deve cambia testa» e fare attenzione a non stimolare eccessivamente i due “errori”/estremi, così da non abituare il mio corpo e la mia mente a concepire la lotta come una sfida di imposizione sull’altro o di “abbandono/fuga” dalla sfida.
Con la giusta pratica, il corpo cambia e la mente può modificarsi nel vedere questa “terza via” che è come se la lotta, lo scontro e la sfida con gli altri fossero un “concordare non-concordando”; un accettare e seguire la loro idea, rimanendo nella mia; un lasciarmi andare rimanendo centrato; come se non fosse un imporgli la sconfitta, ma guidarli in essa; come se l’altro diventasse parte di me, come un’arma che è il “prolungamento del mio braccio”, l’altro diventa il “prolungamento del mio corpo”.

Graziano

Arte del Tai Chi Quan stile Chen

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